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la felicità sociale di Armando Albano

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"CHI CE L'HA RUBATA...PERCHE' NON CE LA VOGLIONO RESTITUIRE?"

LA FELICITA' SOCIALE     

di Armando Albano

 

L’occasione delle presenti riflessioni mi è stata fornita dalla replica notturna di un dibattito televisivo cui ho assistito qualche tempo fa. Erano presenti politici e amministratori della nostra Città in rappresentanza di tutti i gruppi politici, anche se ormai è parecchio difficile capire quanti siano, cosa propongano e quale sia la loro logica (illogica?) collocazione politica. Discutevano (discutere sarebbe un verbo inappropriato, veramente …) delle solite cose, se solite cose sono i seri problemi di sopravvivenza cittadina, quali acqua, traffico, lavoro, centro storico, pennelli a mare, ecc. Dopo averli osservati attentamente, benché inutilmente, visto che, come tutti, li conosco da tempo, mi sono posto il seguente interrogativo: con chi, tra costoro, ho firmato il patto per la mia felicità sociale? Chi mi sta, cioè, restituendo il voto in termini di soddisfacimento dei miei bisogni? Ma, poi, me lo sta restituendo davvero questo voto? E’ intenzionato a farlo? Lo farà tra breve? Non lo farà mai? Boh!
Certo, chi mi sta amministrando, a prescindere dai risultati ottenuti dal suo governo, lo starà facendo “anche per me”. Il fatto è che di  questi tempi di grave crisi, sarebbe molto umano (se chiedete in giro, invece lo E’ sicuramente …) il cercare di capire, “fisicamente”, cu si futtì la nostra felicità sociale e il perché non ce la voglia più restituire, semmai felici poi lo siamo mai stati (per inciso, costui non è mai chi abbiamo votato, perché quando si vota si è poco sereni, ed è solo colpa nostra se abbiamo sbagliato). Anche quest’altro politico ha da rendicontarci, insomma! Pensai, poi: chi ci garantisce circa la correttezza dell’esercizio del potere? E chi ci garantisce che anche l’opposizione sia condotta in modo corretto?
Ecco, dunque, la realtà rivelatasi al buio della notte: tutti quelli che, in quel momento, in preda a impulsi giurgintano-esistenziali (Fonziu Purtusu è la vera maschera di Agrigento, non è vero?) si confrontavano inutilmente sulle questioni cittadine, tutti costoro, ripeto, mi garantivano la felicità sociale! Nessun altro! … Cacchio, non me ne ero ancora reso conto!
Privai, allora, il televisore – e i vicini – del beneficio del sonoro. Adesso quei volti, col loro muto agitarsi in espressioni e chiacchiere virtuali, avevano un non so che di greve, ma anche di comico; meglio, parevano farseschi, una via di mezzo tra l’ilare e il tragico. Quei volti, difatti, presero a confondersi tra e con le nude parole, e dunque a sovrapporsi gli uni agli altri; indi a scomparire dietro un onesto, o disonesto, anonimato (fate voi …); infine a ricomparire in un aldiquà in cui l’esercizio del loro rinfrancante silenzio era esaltato e messo in risalto da un nuovo, gravissimo, dirompente silenzio: quello rinfrancato della mia mente già satura di parole, paroloni e parolacce. Dunque, stavo osservando, e godendomi in diretta, il disordine della democrazia! Stava lì, a portata di mano; meglio, di occhio. Tutti quei personaggi se ne stavano immobili, ma in attesa di un Bravo Autore (Pirandello è sempre vivo, qui da noi) che li rianimasse per riammetterli tra noi cittadini, poco persuasi a rivotarli, per convincerci della bontà delle loro rinnovate promesse.
Purtroppo il passato non si può abolire e dunque non possiamo tornare indietro! Forse per questo la Città è un luogo inventato: essa dorme vigilata da un’altra città, segreta e molto più sveglia. Ciò lo permette l’anima degli agrigentini che non ama, né l’equilibrio, né la simmetria, né lo specchio (e/o altre astuzie di benefico autocontrollo). Si crede ordinata sol perché è pomposamente conformista (basta farsi un giretto in via Atenea per rendersene conto). Ma quest’anima, visti i risultati, è in errore perché, chi amministra , e chi gli si oppone, lo fa arbitrariamente, non usando, cioè, pianificare e programmare (unici e autentici atti in grado di garantire la democrazia), il primo; e non usando chiedere conto dell’insuccesso o della mancata adozione di questi ultimi, il secondo. Per tale motivo, in genere, tutti e due perdono di vista il fine per il quale sono stati eletti. Pensano, illusi loro, di bastare per tutti … e a tutti; credono di avere più privilegi che doveri pubblici, e di averne di questi privilegi sempre di più, molti di più di quanto loro stessi non riescano a contarne (non è vero che i politici a scuola erano molto bravi in aritmetica). Ecco allora il disordine della democrazia, i muti inganni e le conseguenti, sonore infelicità sociali …
Mentre l’alba faceva capolino nella stanza, spento il televisore e affacciatomi al balcone, innanzi allo spettacolo mozzafiato della Valle che dolcemente si risvegliava coi miti bagliori del primo sole, non potei fare a meno di ripensare a quell’amara comica notturna cui avevo assistito e perciò di ricordarmi della lettera mai spedita scritta dal grande poeta portoghese Fernando Pessoa; e dunque, miei cari politici agrigentini, vi scuso di comparire nell’idea che ho di voi. Ma mi scuso, a mia volta, di non comparire in quella, eventuale, vostra, e speriamo tutti in tempi migliori.


 
 
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