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PERCHE’ FARE IL SINDACO?
di Armando Albano
Per l’anno prossimo sono previste le elezioni comunali, come è noto. Attuali amministratori e consiglieri, rappresentanti di partito, di associazioni, gruppi e categorie, nonché liberi pensatori, sognano la famosa poltrona, chi di sindaco, chi di consigliere comunale, chi di assessore (male che vada). Tutto ciò, beninteso, è normale, fa parte del gioco della democrazia.
Ma pochi sanno realmente in quali condizioni finanziarie ormai sono ridotti i comuni. La rigidità della spesa corrente (pagare gli stipendi, gli interessi sui mutui, i servizi sociali, per esempio) e quella per investimenti (realizzare opere pubbliche, per esempio) infatti è tale che nessun comune potrà più pianificare e programmare liberamente la propria azione amministrativa. Il “patto di stabilità”, ferreo vincolo di bilancio, impedisce a qualsiasi sindaco di potersi aggiudicare e/o utilizzare fondi propri, fondi europei, fondi insomma di qualsiasi tipo e natura. In pratica, i trasferimenti che lo Stato e la Regione siciliana assicurano agli enti locali sono così misere che con esse è possibile pagare solo gli stipendi al personale. E già qualche comune vicino al nostro, nemmeno ciò riesce più a pagarli con regolarità.
Questa rigidità di bilancio, infine, ha portato i poveri sindaci a fare figuracce tali da farli risultare spesso impopolari, quando non sgraditi o denigrati per assoluta incapacità politica e amministrativa.
Ma la colpa non è loro …
Le storture finanziarie, diciamo così, sono storiche e ben note a ministeri competenti e a giustizia contabile, hanno portato a gravissime crisi di liquidità non più tollerabili in quasi tutti i comuni. Ciò perché un tempo i sindaci si “compravano il tempo” (cioè “creavano” finanza). Adesso, di quel tempo sono rimasti “creati” solo i debiti. In mancanza di nuove entrate, i bilanci mostrano crepe preoccupanti. Non si può spendere, non si può programmare … Non si possono riparare le strade, non si possono aiutare i bisognosi, non si possono offrire insomma quegli stessi servizi che la legge affida istituzionalmente (dunque obbligandoli) agli enti locali.
A mano a mano che tale rigidità diventa sempre più pesante, i sindaci si trasformano e diventano zelanti funzionari dello stato! Proprio così! Perdono di fatto le loro maggiori prerogative di legge, che son quelle di occuparsi delle necessità della città e dei bisogni dei cittadini. Eseguono. E basta. La loro elezione si è risolta insomma in una nomina a commissari ad acta per il disbrigo degli affari correnti. E rischiano di rimetterci (molti ce l’hanno già rimesso) il buon nome e tutta la dignità politica. Dovranno occuparsi solo di pagare debiti, tanti debiti, vecchi e nuovi. E a subire infinite lamentele su qualsiasi loro decisione. Quando non ci sono fondi a sufficienza, ogni decisione di spesa appare sempre come un favore fatto a qualcuno, infatti.
A loro volta, e di pari passo coi sindaci, anche i consigli comunali pian piano perdono a pezzi le loro prerogative. Basta farsi un giretto tra i vari siti istituzionali dei comuni italiani per farsi un’idea della malinconica mancanza di “chiffari” istituzionale, per dirla facile facile. Ricordo di aver letto in un verbale di deliberazione di consiglio di un grosso comune del nord, le dichiarazione di un consigliere inviperito per l’assenza di corpose proposte di deliberazioni, il quale suggeriva al presidente del consiglio di organizzare, tra tutti i gruppi consiliari, un torneo di scopone scientifico, con regolare girone di andata e ritorno …
Lo Stato italiano non prende ancora atto delle difficoltà degli enti locali. Anzi, rende la loro situazione finanziaria ancora più pesante. Non legifera in materia di competenze e bilanci dei comuni in difficoltà, e dovrebbe farlo, invece (per esempio, accordando politiche fiscali autenticamente federaliste, e non antimeridionaliste). Col risultato che si è arrivati ad approvare questi benedetti bilanci a fine anno in moltissimi comuni, ovviamente con risultanze contabili già di consuntivo che i consigli comunali, che devono approvarli per legge, non possono nemmeno pensare di emendare. Spesso nemmeno per mille euro. Per rendersene conto, basta leggersi i verbali, in materia, dei consigli comunali di tante città italiane.
In questo modo si tende a ridurre la democrazia a rappresentatività virtuale. Se si eleggono consigli comunali e sindaci, entrambi questi organi debbono poter operare secondo quelle che sono le necessità della città che amministrano, per quanto più possibile, e dunque avere assegnate “eque” risorse per servizi ed investimenti. Altrimenti la città reale (quella abitata dai cittadini) e la città immaginata (quella ripensata dai politici) non coincideranno mai (potendo esse solo confinare): l’una non si troverà più in alcun atlante geografico, l’altra invece figurerà in bella evidenza in uno di quegli atlanti dei luoghi immaginari tanto caro agli scrittori.
novembre 2011