PRONTO SOCCORSO: “UNA GIORNATA ALLUCINANTE”

Abbiamo ricevuto la nota che riportiamo di seguito. E’ a firma della giornalista Annamaria Martonara, che scrive e si rivolge al direttore al Direttore Generale  dell’Asp di Agrigento Salvatore Lucio Ficarra, raccontando la cronaca di una allucinante   giornata trascorsa al pronto soccorso dell’Ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento.

ospedale-ag-grande1 - CopiaCaro Direttore Ficarra – scrive Annamaria Martonara –  le rubo pochi muniti del suo tempo per raccontarle, da privata cittadina, un’ allucinante giornata trascorsa al Pronto soccorso dell’ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento, senza volere fare polemica ma per invitarla ad una riflessione e semmai fosse possibile, ad un intervento. Mia madre, paziente oncologia e cardiopatica, arriva in ospedale con il 118 in Codice Giallo, alle 12.30 circa di mercoledì scorso, per una perdita di sensi in strada della quale non si capiva l’origine. Passiamo dal Triage del pronto soccorso e spiego all’impiegato cosa è accaduto insieme all’operatore del 118. Viene registrata e andiamo alla ricerca di una barella per poterla fare entrare in una delle uniche 2 sale medici. Trovo, personalmente, una barella dopo 15 minuti e ci accompagnano davanti le sale medici. Avendo intuito il “verso” ho chiesto al medico  che ha in cura mia madre di scendere in pronto soccorso per aiutarmi a capire cosa stesse succedendo visto che nessuno ci dava retta. Lui scende di corsa e ci consiglia di fare anche una Tac all’encefalo perché si sospetta un attacco ischemico transitorio. Entriamo nel giro di mezzora, fanno un prelievo per gli enzimi, un elettrocardiogramma e una visita di un minuto scarso e poi ci dicono di andare in cardiologia per un altro esame, essendo mia madre affetta anche da un problema cardiaco. Un portantino accompagna e dopo un’altra mezzora riusciamo a fare l’esame in cardiologia da dove veniamo riaccompagnati in pronto soccorso. Un’ora di attesa in barella senza notizie. Poi di nuovo qualcuno si appalesa e andiamo a fare la Tac. Ma ci dicono che una è rotta e occorre trovarne un’altra. Intorno alle 15.30 riusciamo a fare la Tac e ci riportano al pronto soccorso in un corridoio. Siamo alle 16.45 circa. Dopo di che il nulla. Mi do da fare e vado a ritirare il referto della Tac da sola intorno alle 17.30. Chiedo alla dottoressa di turno perché dobbiamo aspettare tanto e mi risponde che gli esami del sangue, non sono ancora arrivati. Chiamo al laboratorio di analisi e mi dicono che li hanno inviati da ore. Torno dalla dottoressa e mi dice che proverà a farseli rimandare. Ma non avevate detto che si possono anche scaricare dal programma interno del computer? Mah! Mi sembrava! Siamo alle 18.15 circa quando riusciamo ad entrare per la visita, la diagnosi e la fuga dal pronto soccorso, quello stesso pronto soccorso dove ogni giorno, decine di persone si trovano nelle nostre stesse condizioni. Pochi medici, alcuni rinchiusi nelle stanze più defilate, altri in prima linea, o quasi. Infermieri quasi invisibili per quanto sono pochi e portantini e ausiliari al limite della maleducazione, probabilmente per eccessivo stress. Barelle e sedie a rotelle impossibili da reperire, tempi morti, nessun rapporto col paziente in attesa. Nessuna informazione, nessuno che ti dica cosa fare e come farlo. Ad un paziente traumatizzato è stato rimproverato addirittura di non essersi munito di ghiaccio sintetico mentre aspettava dalle 11.30 del mattino, una visita. Ad un altro, un anziano di oltre 75 anni, solo,  che chiedeva una coperta perché in preda a brividi di freddo, è stato testualmente risposto che fuori c’erano 30 gradi! Vergogna. Caro direttore, quello che è accaduto a me mercoledì pomeriggio,  accade ogni giorno a tanta gente ma sicuramente non a lei e a coloro che hanno il privilegio di entrare ovunque senza bussare. Le consiglio e la invito a munirsi di cappellino e occhiali da sole e provare  a trascorrere una giornata, magari anche mezza, una forse è troppo, al pronto soccorso. Così, tanto per vedere di nascosto l’effetto che fa, come recitava un medico – cantante che si chiamava Enzo Jannacci. Sà direttore, in un mondo normale, essere il capo di qualcosa, non vuol dire solo avere diritti e privilegi ma soprattutto doveri. Il dovere di fare in modo che al di la di annunci stampa, progetti affissi al muro del pronto soccorso mentre la gente attende per ore e proclami, le cose vadano meglio per le persone “comuni” e non per i privilegiati dei quali, francamente ne abbiano tutti fin troppo piene le tasche.